Sualzo ci racconta com’è nato “Fermo”

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Distanza.
Probabilmente è questa la parola che utilizzerei, se ne avessi a disposizione solo una per esprimere il significato del libro. E, pensandoci bene, per descrivere tutto il senso del mio raccontare storie a fumetti.
La distanza che si cerca faticosamente di colmare tra sé e gli altri, tra sé e sé. Ma anche quella che si cerca di mettere davanti alla paura per spingerla sullo sfondo. Sfocata.
La distanza, invece, che serve a mettere a fuoco gli eventi, ieri troppo vicini, troppo vivi, per essere capiti. Per trovare la forza di raccontarli.
Dieci, forse quindici anni sono la distanza che mi ci vuole in media per cominciare a capire le cose.
Poteva andare peggio.
La distanza che sempre separa l’inizio del libro dal momento in cui solo, semplicemente, lo propongo a un editore. Incapace, al momento di sentire se è una strada giusta, condanno sempre i miei scritti a un lungo purgatorio fatto di cassetti e cartelle sul desktop dai nomi banali.
Anche “Fermo” non è stato differente.
Era da tempo che volevo parlare della scoperta della propria parte oscura. Il sentirsi diversi incontrando chi diverso è davvero. Mettersi di fronte a qualcuno che faccia da specchio e darsi quello sguardo da vicino che, finalmente, rivela che da quella distanza è vero che nessuno è normale. Parlare anche di paura e malattia.
L’approccio è stato lungo diversi mesi e 75 pagine di un altro libro, mai finito. Ero molto spaventato dalla mia necessità di voler parlare di quei temi, così mi ero preoccupato di alzare uno schermo molto spesso. Nascondere bene l’autore. Volevo un riparo sicuro. Si dice sempre quanto l’autore sia fragile nel momento dell’opera, ma raccontando certe cose quella fragilità si moltiplica per cento, per mille.
Comunque, dietro a quello schermo, a un certo punto tutto aveva cominciato a suonare fesso e mi sembrava di stare giocando al romanziere.
A questo si è aggiunta anche una chiacchierata con un editore al quale ho voluto accennare alla mia intenzione di fare un libro che avesse come tema anche la malattia mentale. E ne ho ricavato l’impressione che pubblicare un fumetto così venisse nella sua scala di preferenze subito dopo un concerto per ghironda.
Quindi tutto si è arenato e pensavo veramente di non essere in grado di raccontare una storia così.
Poi ho fatto uno dei miei soliti sogni. Quello dove cammino in strada e piano piano mi accorgo di essere nudo. Completamente. All’inizio  cerco un posto per ripararmi, ma non ce n’è mai nessuno, così non trovo di meglio che ostentare sicurezza, sperando che la gente non si accorga che sto quasi per morire dalla vergogna. E ho capito.
Ho capito che la distanza in quel momento era da ricucire. Assottigliare lo schermo. Vincere la paura e uscire fuori dal nascondiglio. Magari ostentare sicurezza. Altrimenti quella storia non avrei potuto raccontarla.
Ho scritto e disegnato di getto tutto il primo capitolo.
Di corsa. Come se potessi dimenticarmi qualcosa. Di corsa. Per vincere la vergogna di trovarmi così nudo, per evitare ripensamenti. Per capire se volevo farlo.
Cosa rara per me, rileggendo quelle prime pagine mi sono piaciute davvero. Era quello il modo. Forse il più pericoloso. Forse il più fragile. Ma era l’unico.
Ovviamente tutta questa doccia di consapevolezza non ha impedito a quella ventina di pagine di farsi, come prescritto dalla mia insanità, la consueta    quarantena di cassetti e cartelle, riemergendo solo dopo molti mesi.
Ma di questo ultimo particolare mi dò una spiegazione molto più poetica (e profetica): si trattava di aspettare che nascesse un certo editore.
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