Stefano Simeone e la nascita di Ogni Piccolo Pezzo

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Non ho ancora letto il libro, da quando è stato stampato.

Non perché temo che non mi piacerà, nemmeno per evitare un autocompiacimento o un’autocommiserazione.

Lo sto lasciando riposare, per un po’.

Tra qualche mese, probabilmente, lo aprirò, scorrerò le pagine e, se un angolo della bocca si curverà a mo’ di sorrisetto idiota, allora saprò che fare questo libro era la cosa giusta da fare in quel momento, ma che probabilmente non lo rifarei.

Quando scrivo e disegno un libro, compio un’analisi. Su me stesso, ovviamente, e sulle tematiche che voglio trattare. Sul perché mi va di trattare quegli argomenti. Credo che il fumetto sia semplicemente la forma di espressione che mi è più congeniale, quindi “parlo” facendo i fumetti. Chi mi conosce di persona, sa benissimo che non riesco ad esprimermi verbalmente nello stesso modo, con la stessa delicatezza, con lo stesso ritmo che uso nelle pagine che disegno.

Prendo in prestito un linguaggio con il quale, per il momento, mi trovo bene, e lo uso per farmi capire.

Ogni Piccolo Pezzo altro non è che la riflessione su alcuni temi: la fugacità, l’abbandono, il tempo e i luoghi che ci separano ma che sono e rimarranno fondamentali, almeno nei ricordi. O magari no.

In mezzo a tutto questo, ci sono dei personaggi che vivono, fanno delle cose, esaltanti o meno, vorrebbero essere ciò che sono oppure somigliare ai personaggi dei blockbuster.

Diego, Sienna, Mauro, Alessandro, Xavier, Rose e Franco si muovono, a volte in modo banale e insignificante, a volte in uno che potrebbe scuotere le loro vite. Tuttavia, le reazioni, le risposte a questi avvenimenti spesso sono casuali.

Alcune delle cose enormi che avvengono restano lì, in disparte, sembra non cambino l’ordine degli eventi come dovrebbero.

Al contrario, una folata di vento e un uccello che passa per caso portano ai protagonisti del libro dei ricordi, delle sensazioni ingarbugliate, impossibili e difficili da spiegare. Tanti piccoli pezzi che compongono quello che sono e quello che fanno.

Così, magari, i personaggi prendono una decisione diversa, magari restano fuori da un pub anche se piove, o scoprono una stanza segreta. E crescono, o almeno cambiano.

E questo cambiamento, a sua volta, potrà essere epocale o meno.

E così via.

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Alberto Madrigal e la genesi di Un lavoro vero

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Erano passati cinque anni. Pensai che se non ci avessi provato in quel momento non lo avrei più fatto. Avrei imparato da solo, mi servivano soltanto matita e carta, libri e tempo. Tanto tempo.

Senza rendermene conto avevo lasciato un lavoro fisso in Spagna e mi ero trasferito in Germania. Non aveva senso eppure ero emozionato all’idea di chiudermi per un anno da solo e disegnare tutti i giorni. Volevo campare disegnando fumetti, un classico.

Disegnavo da una vita, non poteva essere così difficile, giusto?

Mi sbagliavo.

Comprai libri di prospettiva, anatomia, narrativa… in inglese. Ma io lo non parlavo, l’inglese. Con il tempo mi resi conto che lo stavo imparando da solo, man mano che ne avevo bisogno. Poi mi resiconto che non avevo disegnato tutti i giorni per un anno, ma per cinque. E tutto ciò che ne avevo guadagnato era un sacco di domande e di dubbi. I soldi erano finiti e non ero riuscito a campare con quella idea romantica della matita sulla carta.

Rifiutavo il consiglio di tutti, di cercare un lavoro vero, eppure successe che lo trovai. Un lavoro meraviglioso, in una ditta che non avrei mai sognato; guadagnavo perfino un sacco di soldi.

Le cose andavano bene. Quel lavoro piaceva molto, in azienda, e i amici della Spagna non ci credevano che esistesse un posto del genere.

Ma successe quel che succede sempre: mi abituai ai soldi. Quel che cominciò come una nostalgia diventò una necessità… non riuscivo più ad andare nello stesso posto tutti i giorni, a fare qualcosa che non mi realizzava veramente.

Come ha detto un famoso scrittore, con tutti quei soldi pagai la cosa più bella che potevo comprare: il tempo.

Con quel tempo avrei scritto e disegnato un libro. Quel che non sapevo, che non sospettavo né osavo sperare, era che una volta finito avrei avuto le risposte a tutte le mie domande.

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Di cosa parliamo quando parliamo di proposal (o anche: come inviarci il vostro progetto)

La mail generica di una casa editrice è sempre bollente. Per noi è dove riceviamo progetti e proposal dagli autori. Ci sono autori che hanno iniziato a collaborare con noi proprio in questo modo, come Alberto Madrigal: la sua prima graphic novel, Un lavoro vero, è arrivata nella nostra casella di posta un pomeriggio di marzo e ce ne siamo subito innamorati. Altre volte ci è capitato di ricevere mail poco chiare; per questo ho deciso di scrivere una piccola guida per migliorare la giornata di chi questa casella la controlla puntualmente.

La prima grande regola per presentare un progetto a una casa editrice è quella di dare un’occhiata al catalogo. Per esempio, se volete proporvi per la collana di questo blog, Le città viste dall’alto, non provate a mandarci la proposta di un fumetto seriale in stile manga con una storia lunga almeno cinquanta numeri con inserti di fotoromanzo. Pensiamo che i tre libri in uscita quest’anno per la collana possano dare un’idea abbastanza completa di quello che vogliamo proporre al pubblico con Le città viste dall’alto. Sono storie in cui l’ambiente ha un ruolo importante, non necessariamente autobiografiche, ma devono essere cose che l’autore ha voglia di raccontare e di mostrare al pubblico, con il cuore. Può sembrare una cosa scontata; non è così. Basta dare una sfogliata, anche virtuale, a quello che è già uscito e a quello che abbiamo previsto per capire se vi sentite adatti alla nostra linea editoriale o meno.

Quando un editor riceve il vostro progetto deve avere la sensazione che sia stato mandato con giudizio e cognizione di causa, non a cento indirizzi mail scelti a caso da un furetto bendato. Nessuno pretende di essere l’unico a vedere il vostro proposal, ma questo non vuol dire che potete mandarlo con una mail che ha quaranta indirizzi mail. In chiaro. E anche il tasto Inoltra non vi è amico come pensate, soprattutto se vi dimenticate di cancellare l’indirizzo cui l’avete mandato cinque secondi prima. Visto tutto il tempo e il cuore che avete dedicato a preparare il vostro dossier per poter vedere il vostro libro nelle librerie italiane, dedicate un’ora in più a preparare per bene gli invii agli editori. Non ve ne pentirete.

Una qualità essenziale? La gentilezza. Esprimersi con garbo nelle poche righe di presentazione è un ottimo biglietto da visita e spronerà chi vi sta leggendo a guardare il resto del materiale. Quando acquisiamo un’opera, non stiamo pensando solo a un libro da pubblicare, ma soprattutto a proporre al pubblico un autore con cui dovremo condividere sia tutta la realizzazione del suo lavoro che diverso tempo a fiere e presentazioni. Insomma dare l’idea di essere una persona gradevole è sicuramente un più nella scheda di valutazione, lo facciamo per la reciproca serenità! Abbiate fiducia nei vostri referenti, magari informatevi un po’ sulle case editrici per evitare la paura di vedersi rubate le proprie idee.

In breve, cosa ci piace ricevere per poter visionare un progetto:

PRESENTAZIONE – Qualche riga su di voi, se siete esordienti o se avete già pubblicato. Magari il perché avete deciso di scriverci e di presentarci proprio questo progetto. Un italiano corretto non è opzionale.

SINOSSI – Basta una paginetta concisa ma chiara che spieghi la storia. Non è una serie televisiva in corso, quindi non abbiate paura di fare spoiler o di raccontare il finale, anzi, dateci un’idea il più completa possibile di quello che volete raccontare.

QUALCHE TAVOLA – Abbiamo bisogno di un’idea di come vi immaginate la storia e di come volete impostarla. Ovviamente se scegliete pagine più d’atmosfera, un paio di bozzetti in più con le sembianze dei personaggi principali sono davvero ben accette. Pensate che il materiale sia troppo pesante? Wetransfer non morde. Giuro.

STATO DI LAVORAZIONE – Direi che è abbastanza chiaro: a che punto è la storia?

Cosa non fare? O anche: Una cosa divertente che non vorrei vedere mai più.

Fogli a quadretti spiegazzati con dei Naruto ricalcati sopra.

Disegni di graffiti del vostro nome.

Scrivere una mail a settimana per avere una risposta. Riceviamo tantissimi progetti ogni giorno e cerchiamo di rispondere a tutti con appunti su quello che ci avete mandato. Ma serve tempo per farlo! Questo ovviamente vale anche per telefonate e richieste di incontri in redazione.

Niente storie brevi, solitamente non facciamo antologie quindi è inutile ricevere una storia di 20 pagine. Stesso discorso per le serie da edicola, non è il nostro campo. E anche per quelle pensate per il mercato francese (cit.), il formato da 46 pagine, da noi, è molto difficile. Esordire con ho scritto un romanzo di otto milioni di pagine e secondo me sarebbe perfetto anche per essere un fumetto non è invogliante, a meno che non siate David Foster Wallace e il vostro amico Mazzucchelli si sia dimostrato TANTO interessato a trasporlo a fumetti!

Non siamo alla ricerca di illustratori o sceneggiatori, i romanzi grafici che pubblichiamo sono opere degli autori, non cerchiamo progetti che necessitino di trovare l’altra metà di un team creativo.

I progetti multimediali sono spesso fallimentari o, meglio, solitamente non sono un plus. La cassetta con un bambino che legge una parola sì e una parola no della parte testuale del vostro libro NON è un progetto multimediale.

Siate lettori, pensate a quello che vi piace avere tra le mani, alle storie che vi hanno appassionato e credete nel vostro progetto. E se siete sopravvissuti a questo lungo post, la mail a cui fare riferimento è: chiedi@baopublishing.it.

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Sualzo ci racconta com’è nato “Fermo”

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Distanza.
Probabilmente è questa la parola che utilizzerei, se ne avessi a disposizione solo una per esprimere il significato del libro. E, pensandoci bene, per descrivere tutto il senso del mio raccontare storie a fumetti.
La distanza che si cerca faticosamente di colmare tra sé e gli altri, tra sé e sé. Ma anche quella che si cerca di mettere davanti alla paura per spingerla sullo sfondo. Sfocata.
La distanza, invece, che serve a mettere a fuoco gli eventi, ieri troppo vicini, troppo vivi, per essere capiti. Per trovare la forza di raccontarli.
Dieci, forse quindici anni sono la distanza che mi ci vuole in media per cominciare a capire le cose.
Poteva andare peggio.
La distanza che sempre separa l’inizio del libro dal momento in cui solo, semplicemente, lo propongo a un editore. Incapace, al momento di sentire se è una strada giusta, condanno sempre i miei scritti a un lungo purgatorio fatto di cassetti e cartelle sul desktop dai nomi banali.
Anche “Fermo” non è stato differente.
Era da tempo che volevo parlare della scoperta della propria parte oscura. Il sentirsi diversi incontrando chi diverso è davvero. Mettersi di fronte a qualcuno che faccia da specchio e darsi quello sguardo da vicino che, finalmente, rivela che da quella distanza è vero che nessuno è normale. Parlare anche di paura e malattia.
L’approccio è stato lungo diversi mesi e 75 pagine di un altro libro, mai finito. Ero molto spaventato dalla mia necessità di voler parlare di quei temi, così mi ero preoccupato di alzare uno schermo molto spesso. Nascondere bene l’autore. Volevo un riparo sicuro. Si dice sempre quanto l’autore sia fragile nel momento dell’opera, ma raccontando certe cose quella fragilità si moltiplica per cento, per mille.
Comunque, dietro a quello schermo, a un certo punto tutto aveva cominciato a suonare fesso e mi sembrava di stare giocando al romanziere.
A questo si è aggiunta anche una chiacchierata con un editore al quale ho voluto accennare alla mia intenzione di fare un libro che avesse come tema anche la malattia mentale. E ne ho ricavato l’impressione che pubblicare un fumetto così venisse nella sua scala di preferenze subito dopo un concerto per ghironda.
Quindi tutto si è arenato e pensavo veramente di non essere in grado di raccontare una storia così.
Poi ho fatto uno dei miei soliti sogni. Quello dove cammino in strada e piano piano mi accorgo di essere nudo. Completamente. All’inizio  cerco un posto per ripararmi, ma non ce n’è mai nessuno, così non trovo di meglio che ostentare sicurezza, sperando che la gente non si accorga che sto quasi per morire dalla vergogna. E ho capito.
Ho capito che la distanza in quel momento era da ricucire. Assottigliare lo schermo. Vincere la paura e uscire fuori dal nascondiglio. Magari ostentare sicurezza. Altrimenti quella storia non avrei potuto raccontarla.
Ho scritto e disegnato di getto tutto il primo capitolo.
Di corsa. Come se potessi dimenticarmi qualcosa. Di corsa. Per vincere la vergogna di trovarmi così nudo, per evitare ripensamenti. Per capire se volevo farlo.
Cosa rara per me, rileggendo quelle prime pagine mi sono piaciute davvero. Era quello il modo. Forse il più pericoloso. Forse il più fragile. Ma era l’unico.
Ovviamente tutta questa doccia di consapevolezza non ha impedito a quella ventina di pagine di farsi, come prescritto dalla mia insanità, la consueta    quarantena di cassetti e cartelle, riemergendo solo dopo molti mesi.
Ma di questo ultimo particolare mi dò una spiegazione molto più poetica (e profetica): si trattava di aspettare che nascesse un certo editore.
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Giorno uno.

Le città è un progetto ambizioso, pieno di passione e amore. Vogliamo che nella collana ci siano solo romanzi grafici che dopo averli letti venga voglia di consigliare, perché siamo già noi i primi a volerli vedere tra le mani dei lettori.

Il nome viene da una canzone dei Massimo Volume (“Vedute dallo spazio”) e rappresenta lo spirito con cui vogliamo veder nascere questo progetto: storie di luoghi, di persone, di vite che rimangano nel cuore di chi li ha negli occhi, che diano la sensazione di averli vissuti, conosciuti, visitati. Per questo il filo conduttore dei libri saranno le ambientazioni: città, paesi, luoghi realmente esistenti o comunque che sono parte del quotidiano dei personaggi e che diventano lentamente familiari, importanti anche per il lettore.

Con questo blog vogliamo raccontarvi la vita che si cela dietro ai libri, la loro nascita e l’emozione che proviamo nel vedere crescere e cambiare il progetto nelle mani degli autori.

Nell’annata inaugurale a farvi da guide nelle Città ci saranno Antonio “Sualzo” Vincenti, Alberto Madrigal e Stefano Simeone.

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